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mercoledì 11 luglio 2012

Un weekend in ospedale, mio malgrado (seconda parte)

Un giorno passano quelle del nido in camera, vedono A. che allatta la bimba nel letto ed E. che aveva lasciato il bimbo al centro del letto per andare un attimo in bagno. Le cazziano amaramente dicendo "Non si fa così, il bambino non dev'essere mai lasciato incustodito e se volete allattare nel letto mettete la culletta a barriera dalla parte del vuoto. Guardate che è successo in passato che dei bambini cadessero e si provocassero fratture". Io penso "Marò che palle queste, come sono allarmiste, è così bello allattare a letto e poi addormentarsi insieme". Poi escono ed E. ci confida "E' successo a me, proprio qui 4 anni fa, il bimbo mi è caduto dal letto, si è provocato delle fratture e l'hanno portato al Gemelli", e ora lasci il secondo da solo sul letto? Allora sei scema. Io penso che se capitasse a me, mi ammazzerei, poi risorgerei per ri-amazzarmi e così di seguito per 70-80 volte. Questa signora E. in definitiva è un po' strana, è simpatica, di buona cultura, sembra abbia un lavoro importante, forse c'ha pure i soldi ma durante questa gravidanza ha sofferto di disturbi alla vista e addirittura al linguaggio per questo le hanno anticipato il cesareo che ha dovuto fare addirittura in anestesia totale. Non sono riusciti a capire cosa fossero quei disturbi, li hanno catalogati come ischemie.
La seconda notte alle 3 veniamo svegliate da un po' di trambusto, io la prima notte ho dormito con le lenti a contatto per essere vigile e rendermi conto subito di quello che capitava intorno a me, poi no perchè non fa benissimo ma così ogni volta che succedeva qualcosa di interessante in stanza dovevo mettermi gli occhiali per cui era palese che stavo spiando. Hanno ricoverato una ragazza, I., le mettono il camice da operazione e lei respira veloce, ha le contrazioni in corso. La riportano in stanza la mattina dopo, è rumena, parla poco italiano ma ci dice che è al terzo cesareo, è molto dolorante, si lamenta e noi chiamiamo le infermiere. Quel giorno dimettono sia E. che A. e la situazione cambia decisamente. Io mi sento sola e un po' abbandonata, dall'agitazione circostante si capisce che c'è necessità di letti ed E. la buttano in pratica giù dal letto.
Il posto di A. viene preso da una ragazza che non parla una parola di italiano.
La portano e lei si mette a mangiare una pizza con la verdura. Tento un approccio, lì non si capisce mai bene cosa devono fare le pazienti, alcune hanno la panza enorme ma hanno già partorito, altre piccola ma devono ancora farlo e poi quelle che non ce l'hanno ancora evidente come me che uno pensa ma che ci stanno a fare? Giustamente anche I. mi aveva chiesto "Tuo bambino dov'è?", pure lei ha ragione. Capisco vagamente che la nuova paziente ha fatto un maschio. Poi ho capito che è del Kosovo, credo sia Rom, ma non di quelle con la gonna lunga che vivono nei campi nomadi ma la generazione successiva, quelli che vanno in giro firmati. Le portano il bimbo e lei lo allatta subito. Poi arriva la famiglia in visita, sì sono decisamente rom, un nugolo di pargoli che saltano sul letto; arriva l'infermiera del nido che vorrebbe portare via il neonato, in genere si fa così con uno appena nato per paura  di infezioni ma la nonna dice di tenerlo. La mamma lo prende in braccio e lo dà per farlo baciare ad ognuno della famiglia, il battesimo batterico è fatto, forse non sarà molto ortodosso dal punto di vista sanitario ma mi è piaciuto molto come gesto. Io le chiedo se sono tutti figli suoi ma non riusciamo proprio a comunicare, poi forse capisco che solo una è sua. Mangiamo pure a tavolo insieme, lei non sa bene cosa fare e mi imita, a parte il fatto che per aprire la bustina delle posate e del pane la strappa coi denti. Io la osservo, io sto con i gomiti sul tavolo, lei no...ops!
Per due volte ci hanno dato a pranzo il prosciutto cotto, era in una bustina di plastica e aprendola colava un simpatico liquido di colore sospetto, il prosciutto era acido, immangiabile, ci ho provato ma, nonostante la fame, non ci sono riuscita. Lei a gesti tenta di regalarmi la sua porzione ma faccio di no con la testa.
Portano anche la bimba di I., è grande, 3,5 kg, tutta rosa, una bella pupona! Dopo un po' lei mi chiama, è preoccupata, mi avvicino al letto, la bimba sta rigurgitando saliva, io cerco di tranquillizzarla, forse è solo il liquido amniotico che ha ingerito, I. è distesa sul letto, non può alzarsi perchè la ferita le fa ancora male, non riesce manco a vedere bene la culletta, io cerco di girarla, alla fine chiamo quella del nido che la rassicura "E' normale ma se vuoi la portiamo di là così riposi tranquilla".
Da quel momento sono diventata l'infermiera personale di I., mi chiamava ogni volta che mi vedeva passare per andare in bagno o ogni tanto anche se ero a letto per far venire l'infermiera o per raccoglierle qualcosa che era caduto o per regolare la flebo.
Capiva pochissimo italiano, facevo prima ad aiutarla che a dirle "Spingi il pulsante, parla con l'infermiera".
Poi sono diventata pure la portavoce della Kosovara, passavano i medici a fare i controlli e le facevano domande ma questa niente, allora rispondevo io per lei almeno per le cose che sapevo. Non posso immaginare come si doveva sentire, in un ambiente sconosciuto, con persone che ti parlano e non capisci nulla.
La sua igiene lasciava molto a desiderare e condividere il bagno con lei non era proprio il massimo, il mio desiderio a quel punto era tornare a casa, tanto la flebo me l'avevano tolta e mi stavano facendo solo la puntura la sera. In quanto al riposo si era andato a far benedire visto che avevo un sacco di mansioni, mio malgrado, in quella camera.
Per ben 24 ore non portano la bambina ad I. e inizio a chiedermi se sia normale.
Intanto è arrivata una nuova paziente, alle 3 di notte sempre, è un'indiana con tanto di sari e ovviamente non parla italiano. Ha le contrazioni, ogni tanto le fanno i monitoraggi.
Arriva il lunedì, io sono in attesa che mi facciano un'ecografia, come promesso, per vedere se va tutto bene e potermi rimandare a casa. Inizia un'attesa estenuante...
Dopo un po' viene l'equipe del nido in stanza e spiega a I. che la bimba respira male, ha un affanno. Lei dice che anche il secondo figlio ce l'aveva e che per questo era stato una settimana in incubatrice. Dopo un po' tornano e le dicono che ha un'infezione polmonare e non può stare al nido dove ci sono bambini sani, la porteranno al Casilino ma che prima passeranno per fargliela vedere. Lei inizia ad essere preoccupata.
Arrivano dei tizi dell'ambulanza con una barella di quelle speciali con sopra un'incubatrice con la bimba, a me già la vista di questo trabiccolo mi fa venire il magone. Le aprono una finestrella e le dicono "Vuoi salutarla?". La povera I. non poteva muoversi, probabilmente non riesce neanche a vederla. Ma io dico....non potevano evitarle questa scena straziante ma farle vedere la bimba nella culletta prima di metterla nell'incubatrice? Non ci vuole un genio a capire queste cose... Io mi sento male per lei e piango.
Le tizie del nido e le ostetriche presenti stanno zitte, guardano per terra ma non riescono a proferire una parola di conforto o a farle un gesto affettuoso e i portantini non sapendo cosa fare la portano via dicendo "Vabbè signò è tuttapposto su".
Io appena sono usciti le vado vicino e cerco di confortarla.
L'atmosfera nella stanza è davvero pesante, io ogni tanto mi alzo e esco, sono stufa di stare a letto, rischio la trombosi, le piaghe di decubito, l'esaurimento nervoso.
Chiedo in giro quand'è che mi fanno questa benedetta ecografia ma non si riesce a sapere nulla, si rischia di essere petulanti, di ottenere l'effetto contrario, decido che un'altra notte lì non ce la passo. Progetto l'evasione, se per le 16 non mi hanno fatto ancora nulla, firmo e me ne vado.
Arriva il pranzo, l'Indiana tenta di chiedermi se la carne è di maiale, le dico che è mucca, che sicuramente non danno maiale. Lei è scettica e non mangia nulla, penso stia male con le contrazioni, poi però si fa portare dal marito un recipiente con dentro una cosa speziatissima al curry che diffonde un aroma nauseabondo per tutta la stanza per ore....echecazz....
Esco e mi faccio un giro nel reparto che finora non ho manco visto, non so neanche a che piano sono. Chiedo a una delle reception "Posso chiedere una cosa?", lei senza alzare lo sguardo mi fa "Se è urgente sì". Dice che stanno decidendo chi deve fare le visite perchè c'è stato appena il cambio turno, in realtà c'è stato un'ora e mezzo fa...Io riesco a spizzare pure un foglio a capa sotto con l'elenco delle eco e vedo che il mio numero non c'è.
Mi aggiro nervosamente per il reparto, vedo un'infermiera che mi ricordo essere simpatica, brutta come un uomo ma almeno alla mano mi vede e fa "Dimme tesoro bello", io dò del lei a tutto il personale, per rispetto, stanno lavorando, loro ti danno del tu e come minimo ti chiamano "Tesò".
Alla fine quando stavo quasi per annodare i lenzuoli per evadere dalla finestra mi chiamano "Quattordiciiiiiiii". Mi visita un dottore che è tutto il giorno dall'alba che vedo girare come una trottola per il reparto e farsi un mazzo così. Mi dice che è tutto ok, mi fa sentire il cuore, il distacco è in fase di ricostruzione e ci vuole un po' di tempo e riposo.
Volo in camera, butto tutto nella borsa, in quel momento entra mm preoccupato pensa che stia fuggendo dall'ospedale incazzata.
Vado via, la Kosovara mi dice qualcosa nella sua lingua, le poche volte che ha tentato di comunicare con me si è ostinata a parlarmi così, saluto tutte, faccio gli auguri e mi lascio l'ospedale alle spalle.
Ho fretta di tornare a casa, penso che mi scioglierò alla vista della Pop.
Quando arrivo a casa e la vedo penso "O maròò e chi è? E tu quando sei cresciuta così tanto?" mi sembra una ragazza.
Lei è un po' moscia, è stata male il giorno prima. Non mi corre incontro come credevo.
Ma la prendo in braccio e stiamo un po' così strette, lei stringe una ciocca dei miei capelli,  se li mangia pure, e restiamo così per un tempo indefinito.

Da un punto di vista tecnico posso dire che all'ospedale sono stati bravi, hanno capito il mio guaio e l'hanno riparato. Ma da un punto di vista umano c'è ancora molto da fare.
Come hanno trattato I. è stato emblematico, e anche come facevano con la Kosovara, io capisco che sia frustrante avere a che fare con una che non parla una parola di italiano ma è inutile gridarle contro, se non capisce, non capisce.
Una riflessione è d'obbligo: credo che queste 3 donne non siano arrivate ieri in Italia e mi chiedo allora com'è possibile che non parlino italiano? Probabilmente stanno chiuse in casa e non hanno rapporto con l'esterno e manco hanno la tv. I mariti parlano italiano perchè probabilmente lavorano ma forse hanno interesse che restino isolate e dipendenti da loro.
Queste donne hanno portato avanti una gravidanza senza fare un'analisi, un controllo, assolutamente nulla e probabilmente è stata la prima volta che hanno messo piede in un ospedale, d'altra parte se dimostrano minimo dieci anni di più un motivo ci sarà.
Mi chiedo quante ce ne saranno a Roma come loro, che stanno in silenzio, che sopportano senza fiatare, che vivono nell'ombra, che tacciono perchè tanto è stato sempre così e continuerà ad esserlo?
Hanno sopportato i dolori del parto e del post in assoluto silenzio, senza chiedere nulla, senza lamentarsi, senza proferire parola, perchè sono abituate così, non hanno diritti, non sono nessuno, non devono pretendere nulla...

Tornando alla vita di ospedale c'è tanta gente che si dà da fare, nonostante i tagli alla sanità, nonostante viga il baronato, il clientelismo ecc. ma ci vuole talmente poco per far andare un po' meglio le cose.
Basterebbe un sorriso ogni tanto e un po' di buon senso.
Ad esempio non dare la colazione proprio nel momento in cui stanno facendo il bidet a domicilio a chi non può alzarsi, o che l'unico inserviente uomo che vuole fare il simpatico rifacendo il letto eviti battute del tipo "Ci scommetto che qua sotto ce trovo la sorpresina.." perchè già è avvilente stare lì con 8 strati di pannolone ed incerate a dispetto di uno dell'altro sesso...




2 commenti:

  1. sei sempre bravissima...Volevo solo fare un'augurio a quella mamma che hanno portato via il bimbo nella culletta e spero veramente che tutto si sistemi.. se ci penso, impazzirei...in bocca al lupo collega!

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  2. Basterebbe un sorriso ogni tanto e un po' di buon senso.

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